La pioggia cadeva ormai da tre giorni sul fronte di Char’kov rendendo impossibile la vita ai soldati in trincea, costretti a estenuanti turni per spalare il fango tra gli spintoni, i fischi, le bestemmie, gli occhi torvi dei propri commilitoni sfiniti, rassegnati, delusi, affamati. Da molte ore ormai non si sentivano spari, una tregua inquietante perché ognuno dei due schieramenti aspettava la mossa dell’altro, e allora l’assedio si sarebbe risolto in poche ore. Il terzo reggimento della divisione fucilieri dell’esercito rivoluzionario francese attendeva da un momento all’altro un messaggio decisivo, quello che avrebbe confermato l’avvenuto schieramento della cavalleria sul lato destro del fiume. Doveva essere quella la mossa vincente che avrebbe spiazzato il nemico, così almeno era convinto il capitano Lassalle, al comando del reggimento fucilieri. Dov’era finito l’ufficiale di collegamento?, che fosse rimasto vittima di un’imboscata?, poteva anche succedere, per raggiungere il reggimento col messaggio doveva scavalcare la collina a est, e lungo il declivio avrebbe potuto diventare facile bersaglio per un cecchino russo. Tuttavia di spari non se n’erano sentiti. Il capitano Lassalle scrutò i suoi soldati, avevano il fucile con la baionetta inastata e si coprivano il capo dalla pioggia battente come potevano, alcuni usando le vanghe altri le gavette o i sacchi vuoti degli approvvigionamenti. In quelle condizioni il loro aspetto aveva qualcosa di orribilmente ridicolo, infantile, deformante: la morte si stava prendendo gioco di loro, li stava morbosamente stuzzicando, come un gatto con la lucertola ormai in trappola nell'angolo del giardino. Bisognava uscire da quella situazione, ridare a tutti fiducia e la fiducia avrebbe ridato loro anche la dignità. Ma attaccare senza essere sicuri della presenza della cavalleria sul lato destro del fiume sarebbe stata una pazzia, davanti a loro il campo era in salita, almeno trecento metri di pendio li separavano dal casolare che dovevano conquistare, i suoi uomini sarebbero stati falciati dai russi che da posizione sopraelevata non avrebbero avuto difficoltà a respingere l’attacco. No, la prima mossa spettava alla cavalleria, ma dov’era finita? E l’ufficiale di collegamento Liason? Nessuna notizia? L’unica sarebbe stata mandare in perlustrazione qualcuno, ma chi? Erano tutti sfiniti e senza forze. Inoltre, se era vero che Liason era stato catturato o addirittura ucciso dai russi, questo significava che ogni via d’accesso alla collina era ormai sotto il controllo del nemico. Qualsiasi tentativo d’oltrepassarla sarebbe stato un inutile sacrificio. Tra poco sarebbe stata notte per la terza volta da quando erano giunti lì, Lassalle gettò nel fango la sigaretta, si passò la mano sulla fronte per asciugarla dal sudore e dalla pioggia. Toc toc. «Cristo Santo!, stai giocando ancora a soldatini! Ma quando la finirai?» «Presto. Appena arriva l'ufficiale di collegamento. Poi ci sarà l’attacco». «Tu sei pazzo». «No. Sarei pazzo se spedissi adesso Lassalle e i suoi uomini su per la salita del campo. I fucilieri russi li annienterebbero, sarebbe una carneficina. Vedi, il problema è che l’esercito rivoluzionario francese ha impiegato più del previsto ad arrivare qui. Contava sulla stagione estiva, invece ora è autunno e piove da tre giorni ormai. Adesso su questo fronte, che è decisivo per la conquista della Crimea, si stanno impantanando. Messidoro era il periodo migliore, ma ormai è passato da tempo. E’ quasi brumaio, capisci amore?». «Tu sei pazzo da legare. Hai trent’anni». «Lo so. E’ un po’ tardi per far carriera nell’esercito, però ho pensato a questa mossa. Se la cavalleria riesce ad appostarsi sul lato destro del fiume, ecco vedi qui amore sulla carta?, ecco se riesce a formare un angolo ottuso col reggimento fucilieri, allora è fatta, basta che partano all’attacco loro per primi, i russi non se l’aspetteranno… è un po’ il principio del cavallo di troia…». «Come hai detto scusa? Mi hai dato della troia?». «No amore. Parlavo d’un certo cavallo…». «No. Tu mi hai dato della troia. Ora ti mando in frantumi i tuoi soldatini di ceramica del cazzo». «Questo è un fastidioso imprevisto. Il capitano Lassalle ci rimarrà male. Molto male». «Deficiente. Prova a darmi della troia un’altra volta e vedi». «Non dicevo troia a te. Mi riferivo a un certo cavallo della mitologia…». La porta sbattè. Il capitano Lassalle capì che nemmeno quel giorno l’attacco decisivo sarebbe stato sferrato. La pioggia continuava a cadere e il fango avrebbe reso ancora più faticosa la salita dei suoi…
Io no, ne sono incapace, un fantasma scespiriano, per quanto imponente e decisivo, è del tutto impalpabile, non ti cava gli occhi e non ti calpesta le budella, io no, non fabbrico fantasmi di questo tipo, come potrei?, nulla di teatrale e sopraffino, lungo i filari d’olmi della Provenza ho semplicemente plasmato con umiltà il mio assassino in ogni più scabroso e brutale dettaglio. Nessuna poesia. Né arte. Sulla sua statua, plastica ma imperfetta, eppure perdutamente viva, si sta avidamente avviticchiando il rampicante del mio furore, della mia disperata necessità di possesso. Ma un fantasma, per quanto tu possa toccarlo, sfiorarlo, deliziarlo d’ogni dono, adularlo, per quanto il fantasma stesso possa prenderti per mano e amarti, eravamo distesi nudi sul manto d’una notte minuziosamente inaspettata, fitta di gemiti e coltelli, un fantasma non puoi possederlo, tantomeno tu che l’hai creato.
Non c'è da sorprendersi se la grammatica delle mie parole allora incespica di continuo in colpetti di tosse: non c’è nulla nella mia vita che proceda lungo una linea retta, figuriamoci la sintassi. La verità è che nulla nella mia vita è apparentemente paragonabile ai lunghi filari d’olmi della Provenza se non fosse che anch'essi sono irreali e impalpabili, una straordinaria invenzione di uomini romanticamente arresi alla loro foga di sognare. Al pari dei miei fantasmi sono cerniere che separano il folle e asciutto mondo della ragione dal sesso perennemente eretto del sogno. Tra un dentello e l’altro vi si annidano assassini, sirene, pirati, cagliostri dagli immensi occhi morti, fattucchieri e megere, forcidi e titani spodestati, avanzi di galera affogati nelle paludi, scheletri di balene arenate, pasciocervi regali e puttane con lo sguardo torvo color zafferano. E lei, il mio assassino, con le spalle appoggiate all’ultimo olmo del filare che mi ha inghiottito, sfoglia lo spartito dei suoi fianchi e attende il passaggio del mio cadavere, lo vuole passare in rassegna prima che sfoci nel tranquillo bacino della realtà. Nel rame dei suoi capelli il bagliore del sole annuncia che il sogno è finito, il filare è stato attraversato, di fronte a me una piana arroccata sulle vette del buon senso si schiude in tutto il suo grigio splendore. Il mio assassino sorride, il sorriso richiama per un’ultima volta il tintinnìo dei suoi lombi di notte, io torno a indossare le scarpe da impiegato mentre lei dà il via all’inseguimento, a piedi scalzi, come si addice a una dolce ossessione che non voglia destare il suo amato dal sogno.
Giornate indimenticabili.
Il Milan ha preso Ronaldinho.
La Serbia ha preso Karadžić, e ora promette Mladić.
Le isoterme e le isòtere si comportano a dovere, per dirla à la Musil.
Il cielo è blu intenso finanche in città. La temperatura è di 28° C, una leggera brezza soffia da Nord-Est, mitigando l'arsura del sole. Impossibile non godersi ogni istante.
Faccio umilmente notare che per un soldato di una certa età dormire con nient'altro addosso che un sandalo non è affatto decoroso.
Faccio umilmente notare che la Transylvania mi tiene prigioniero. I boschi, come robuste ciglia, si flettono per oscurarmi la vista. I miei creditori, che mi aspettano nel parcheggio del supermercato stasera alle sei in punto, mi aspetteranno stasera nel parcheggio del supermercato fino alle sei e due minuti in punto, dopodiché sarà caccia all'uomo. La Transylvania allora è un astuccio in cui stasera frugherranno le dita di uomini avvezzi a brevissime attese nei parcheggi del supermercato. Non hanno pazienza, e il loro frugare basterà a ridurmi in brandelli. Nessuna pistola. Nessuna cicatrice. Basterà l'abbaiare lontano di una muta di bracchi.
A posteriori ogni imbecille può accampare scuse o dispensare colpe. Ma le considerazioni sono due:
E chi più ne ha, più ne metta. Ma atque ut certis possemus discere signis, diciamo pure che l'Italia ieri ha fatto un balzo indietro di trent'anni.