Faccio umilmente notare che la Transylvania mi tiene prigioniero. I boschi, come robuste ciglia, si flettono per oscurarmi la vista. I miei creditori, che mi aspettano nel parcheggio del supermercato stasera alle sei in punto, mi aspetteranno stasera nel parcheggio del supermercato fino alle sei e due minuti in punto, dopodiché sarà caccia all'uomo. La Transylvania allora è un astuccio in cui stasera frugherranno le dita di uomini avvezzi a brevissime attese nei parcheggi del supermercato. Non hanno pazienza, e il loro frugare basterà a ridurmi in brandelli. Nessuna pistola. Nessuna cicatrice. Basterà l'abbaiare lontano di una muta di bracchi.
A posteriori ogni imbecille può accampare scuse o dispensare colpe. Ma le considerazioni sono due:
E chi più ne ha, più ne metta. Ma atque ut certis possemus discere signis, diciamo pure che l'Italia ieri ha fatto un balzo indietro di trent'anni.
Una città. Un semaforo spento. La piazza. Perché le storie d'amore più belle. Il filtro giallo. Il tuo Frank. Non sono i prezzi, ma è l'atto del comprare che è umiliante, ormai. Steve e Jim. Conoscere veramente un uomo. Le trattative tra il cervello e i polmoni, che si svolgevano a mia insaputa, devono essere state spaventevoli, pane doktore. Si svolta l'angolo, e di qui. L'irrefrenabile voglia di tornare a casa. L'antiaderente è pur sempre una novità, soprattutto il sabato. La Loggia, una bomba. Non ci si pensi più. Clima instabile, alle soglie del bicameralismo. I denti nel portagioie. Parigi è un'altra cosa, bensì troppi negri. Un sogno scalzo, finalmente: e allora ho dormito un po' stanotte, grazie al silenzio. Le lettere di Kafka e una presa di tabacco. Sulla credenza sta bene l'alzata. La mia mattina al mercato.
Faccio umilmente notare che stamattina mi sono svegliato in Transylvania, e per riuscire ad alzarmi ho dovuto scostare con decisione un cumulonembo che si era appiattito proprio alle mie spalle nella speranza, forse, di introdursi nel mio letto. Preso alla sprovvista ho poi dovuto telegrafare al lavoro facendo umilmente notare che sarebbe stato impossibile per me trasferirmi in giornata dalla Transylvania al pianoro lombardo-veneto. Lei, soldato Švejk, è un idiota!, ha tuonato il caporalmaggiore nel telegramma di risposta. Ricongiungermi alle linee amiche non sarà facile.
Non fa niente. C’è stato un tempo in cui ho creduto di poter rianimare le cose con le parole. E a tal punto ci credevo da diventare io stesso credibile. Persino un romanzo avevo pensato di scrivere su di te, come se a gran voce qualcuno me lo chiedesse. Ma tutto è stato invano. La smagliatura della calza cui il tuo dito umettato voleva mettere riparo in fretta e senza che nessuno all’infuori di me se ne accorgesse, a un tratto mi è parsa in tutta la sua mostruosità, una mostruosità che nessuno avrebbe tollerato. Restituirti al silenzio. Ecco tutto. Non c’è parola che possa rianimare nemmeno l’intenzione di un tuo gesto.

Foto by Kreshatik. Ol raids Reserved
In cui in stampatello la segretaria ha redatto il mio intervento e in cui in corsivo ha redatto gli interessantissimi intermezzi del coro, ovvero del pubblico.
Signori e signore!, clappete clappete, … ah!, grazie…. siete molto gentili e calorosi...
[Pausa d'imbarazzo]
Dai!, coraggio pàrvolo uomo!, apriti ai tuoi fratelli!, ma… sì… allora… nel mondo di oggi, quello in cui l’uomo è chiamato, clappete clappete e anche un po’ di “sempre sia lodato!”, ehm… la vita di tutti noi, evviva la vita, proteggi o Signore la nostra fragile vita, clappete clappete e riclappete, sì ecco… dicevo… la vita di tutti noi è segnata, è vero!, quest’uomo ha ragione!, i segni sono importanti, oggesù dacci un segno, la tua gloria discenda su di noi, alleluja, alleluja, alleluja!!, … è segnata dicevo da sempre più pressanti bisogni, i bisogni, i bisogni rendono l’uomo debole ai tuoi occhi Signore, dacci la forza, dacci la forza miossiggnore!, oh Altissimo, ascolta la prece dei tuoi servi!, la prece?… ma che diavolo…, avete sentito fratelli?, è stato evocato il demonio, vade retro, vade retro Azazel!, Azazel?… a me Azazel non…, taci e ascolta la nostra parola che emana direttamente dall’Altissimo!, avanti fratelli, tutti insieme, in assidua prece invocatur formula: aut conversio aut punitio! aut conversio aut punitio! aut conversio aut punitio! aut conversio aut punitio! aut conversio aut punitio! aut conversio aut punitio!, clappete clappete...
Silenziooo!!!! Scusate, fratelli, ma questa non è la sala dove si tiene il convegno sull’IT?, certo fratello ereticissimus, lo è, e che diamine avreste a che fare voi con l’Information Technology?, Information Technology?, fratello vereconderrimo hai sbagliato sala, questo è il convegno sull’Innovazione Teocratica. Per la Tecnocrazia devi salire al secondo piano. Grazie, fratelli. Scappo. Sono in ritardo. Amen. Alleluja, fratello.
Faccio umilmente notare che oggi pomeriggio dovrò intervenire a un congresso di lavoro. Mi si chiede di riportare la mia esperienza. Sono molto indeciso su cosa dirò, perché non avendo la più pallida idea del tema congressuale, il ventaglio di esperienze da cui attingere si schiude davanti a me come un orizzonte africano. Cosa vogliono sapere di me? Aneddoti sulla Grande Guerra?, ricordi di quando ero copista presso la sancta schola di Clairvaux, oppure vogliono da me consigli su come si regge un burgraviato avendo per segretario particolare un cane dalmata? Forse vogliono che suoni loro qualcosa al clavicembalo, oppure più semplicemente sono curiosi di sapere quali sono i miei libri preferiti o se ritengo la ghigliottina un buon modo di risolvere i problemi col vicinato. Insomma, temo una figuraccia. Come sempre quando sono chiamato a intervenire a un'assise che, diciamolo francamente, suscita il mio, e anche il vostro interesse al pari della rinnovata edizione del Grande Fratello.
Faccio umilmente notare che un giorno Joseph Heller ebbe a confessare che se non fosse stato per le avventure del buon soldato Švejk mai e poi mai avrebbe scritto Comma 22.